La Corte di Cassazione, con la recentissima sentenza n. 19435 del 3 agosto 2017, torna su uno degli argomenti sempre attuali, e cioè il tema della sicurezza sul lavoro e sulla responsabilità nei casi di infortunio.
In questo caso è l’infortunio sul lavoro dell’apprendista ad essere al centro dell’attenzione della Suprema Corte, la quale reputa che nel caso in cui il danno sia stato determinato da più soggetti, i quali tutti hanno contribuito, per varie ragioni, alla sua causazione, si viene a configurare una responsabilità di natura solidale, come previsto dall’articolo 1294 c.c., tra tutti questi soggetti.
Ecco che compare quindi la figura del caposquadra di fatto, vale a dire la persona a cui viene affidata la formazione, la sorveglianza e quindi la sicurezza dell’apprendista, anche se solo per un limite temporale ristretto.
Il caso sottoposto all’esame della Corte di Cassazione aveva ad oggetto la morte di un apprendista, il quale rimaneva folgorato durante dei lavori su un impianto telefonico. Durante tale intervento, il giovane era affiancato da un operaio che vantava un’esperienza decennale sul campo.
Già in primo grado venivano condannati, in via solidale, l’azienda che aveva assunto il lavoratore, la ditta appaltatrice e anche l’operaio esperto che era presente al momento del fatto.
Tale sentenza veniva impugnata avanti la Corte d’Appello la quale tuttavia confermava quanto già statuito in primo grado, argomentando che il lavoratore esperto doveva necessariamente essere chiamato al risarcimento del danno, posto che in tale occasione lo stesso ricopriva il ruolo di caposquadra. Tale ruolo, per la Corte d’Appello, spetta di diritto al suddetto lavoratore esperto, in virtù della notevole esperienza maturata al momento del fatto.
Da ciò ne deriva l’obbligo di garantire non solo la formazione dell’apprendista, ma anche la sua sicurezza. Si noti che la Corte d’Appello giudicava irrilevante il fatto che il lavoratore esperto fosse stato assunto da tale ditta solo da poco tempo, peraltro con un contratto a termine. Infatti, l’anzianità non sarebbe da valutarsi con riferimento alla permanenza nella ditta appaltatrice, bensì in relazione all’esperienza professionale (di natura squisitamente tecnica) maturata sul campo.
La conferma della sentenza d’appello arriva all’esito del terzo grado di giudizio avanti la Corte di Cassazione, la quale ha statuito che, sebbene il lavoratore esperto non avesse avuto alcun tipo di formazione quale preposto (e nemmeno lo stesso era qualificato come tale dal punto di vista aziendale) egli assumeva, in quel caso specifico, la veste e il ruolo di caposquadra di fatto. Ciò in quanto al momento dell’accaduto, oltre all’apprendista, vi era sul posto solo il suddetto lavoratore esperto.
La Corte di Cassazione fissa quindi un importante principio di diritto:

“la responsabilità del cosiddetto preposto di fatto non compete solo a soggetti forniti di titoli professionali o di formali investiture, ma anche a chiunque si trovi in una posizione di supremazia sia pure embrionale – come nella specie – tale da porlo nella condizione di dirigere l’attività lavorativa di altri operai soggetti ai suoi ordini.”

Sebbene sia rilevante come, nel caso di specie, la responsabilità sia derivata anche dalla circostanza che al momento dell’incidente erano presenti solo l’apprendista e il lavoratore esperto, ciò non toglie che la Corte di Cassazione ha stabilito un principio più ampio, e cioè che il preposto, a prescindere dalle qualifiche aziendali, può essere anche colui che ricopre – di fatto – il ruolo di caposquadra all’interno di un ristretto gruppo di lavoratori, con ogni conseguenza che ne deriva.

Scarica il testo della sentenza
RICHIEDI UNA CONSULENZA SU QUESTO ARGOMENTO