Si configura quale licenziamento per giusta causa quello del lavoratore che, di fronte ad un richiamo del proprio superiore, decida di reagire insultandolo. Così ha deciso la Corte di Cassazione con la propria sentenza n. 20099/2017.
Il caso ha visto quale protagonista un operaio di trentasette anni, sindacalista nell’azienda, ritenuto colpevole di aver non solo insultato, ma anche minacciato il proprio superiore a seguito di un rimprovero a lui diretto per essersi allontanato dal posto di lavoro in mancanza di autorizzazione.
L’azienda procedeva quindi con licenziamento per giusta causa del dipendente, e tale scelta incontrava l’appoggio, in punto di diritto, della Corte d’Appello, che definiva come “ai limiti dell’insubordinazione” la condotta del dipendente e riteneva quindi “adeguata e proporzionata” la risposta del datore di lavoro.
Ricorreva quindi per Cassazione il dipendente, lamentando che la pena inflitta dall’azienda fosse in realtà sproporzionata. A parere del ricorrente, non si trattava di insubordinazione, ma di una legittima rimostranza manifestata alla luce di un richiamo “pretestuoso e infondato”. Sostiene infatti la difesa del dipendente che nessun nocumento e nemmeno alcun danno al normale svolgimento dell’attività aziendale è stato causato dalla condotta del licenziato.
L’ex dipendente arriva anche a scorgere, nella vicenda, la presenza di un intento di natura ritorsiva, discriminatorio e quindi illecito posto in essere da parte della propria azienda.
La Corte di Cassazione, tuttavia, ha respinto il ricorso. Nella sentenza, i giudici hanno escluso radicalmente la presenza di elementi che possano dimostrare il nesso di causalità tra il licenziamento e l’attività sindacale svolta dal ricorrente. Nemmeno è stata data prova dell’esistenza di una discriminazione nei confronti del lavoratore, o di altra finalità ritorsiva.
Come naturale conseguenza di quanto sopra, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso.

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