La Corte di Cassazione ha di recente esaminato (con la sentenza n. 19089/2017) il caso di licenziamento disciplinare comminato ad un lavoratore, il quale si era assentato dal luogo di lavoro a causa di un grave infortunio.
All’esito dello svolgimento di alcune indagini, condotte grazie all’ausilio di un’agenzia investigativa, era emerso che il suddetto dipendente aveva condotto alcune attività decisamente incompatibili con lo stato di malattia da egli dichiarato, o comunque che tali attività avrebbero pregiudicato seriamente la guarigione.
Il dipendente aveva impugnato la sentenza della Corte d’Appello, eccependo, tra gli altri motivi, che egli non sarebbe stato in grado di riprendere l’attività lavorativa prima del giorno indicato nel certificato rilasciato dall’INAIL, è che tale certificato avrebbe costituito piena prova sino ad una eventuale, mai intervenuta, querela di falso.
In aggiunta a quanto sopra, il dipendente evidenziava che l’inabilità solo temporanea, così come attestata dal suddetto certificato, non risultava incompatibile con la deambulazione… e pertanto non lo privava della possibilità di passare alcune ore in piedi, ciò al fine di collaborare, insieme alla moglie, nella farmacia di proprietà di quest’ultima.
Il ricorso veniva rigettato, con la conferma del licenziamento per giusta causa. La Corte di Cassazione ha osservato, nello specifico, che il valore probatorio del certificato rilasciato dal medico in veste pubblico ufficiale, come stabilito dal Codice Civile, art. 2700, trattandosi di atto pubblico, rimane limitato alla sua provenienza, e cioè dal pubblico ufficiale che lo ha emesso ed alle dichiarazioni rilasciate delle parti e degli altri fatti e circostanze che il predetto pubblico ufficiale attesta che siano avvenuti in sua presenza.
Argomenta la Corte che:

“la prognosi della guarigione, certificata dal medico pubblico ufficiale, non rientra certo nei fatti avvenuti in sua presenza, o da lui compiuti, come tale perciò non fidefaciente nei sensi contemplati dall’art. 2700, comportando soltanto una manifestazione di scienza in relazione allo stato morboso, verificato alla data dell’attestazione (peraltro spesso anche in base alle mere dichiarazioni rese dal soggetto direttamente interessato, come non di rado capita nella pratica), rapportata ad un momento successivo e quindi futuro, perciò necessariamente al di fuori della contestuale percezione, invece pure richiesta dalla norma”.

In rafforzamento di tali argomentazioni, la Corte ha altresì osservato che “il giudizio prognostico costituisce una mera presunzione di fatto, quindi ben liberamente e prudentemente apprezzabile dal giudice adito”.
La Corte di Cassazione ha quindi analizzato la rilevanza che assumono, nel momento in cui viene emesso il certificato medico, quelle dichiarazioni che il paziente rilascia in merito al proprio stato di salute, rispetto al quale il medico, evidentemente, non può sempre avere un effettivo riscontro diretto.
È doveroso segnalare, comunque, che già in passato la Corte si è espressa su questo tema, affermando, come rilevato nel caso in oggetto, che deve essere esclusa l’efficacia probatoria di un atto pubblico ai sensi dell’art. 2700 c.c. per tutto ciò che attiene alla veridicità delle dichiarazioni rese dalle parti di fronte al pubblico ufficiale. Tali dichiarazioni, pertanto, potranno essere contestate e quindi verificate con ogni ulteriore mezzo di prova previsto dalla legge, senza che sia necessario, a tal fine, proporre querela di falso.

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