incompatibilità tra separazione e convivenzaL’accordo di separazione consensuale con cui i coniugi decidono di separarsi, ma con l’intenzione di proseguire la convivenza, non potrà essere omologato. Non è infatti ammesso che i coniugi chiedano al giudice di confermare la loro condizione di “separati in casa”, posto che una simile condizione non è prevista dalla legge. Diversamente, lo strumento della separazione consensuale rischierebbe di prestarsi all’assunzione di accordi assolutamente svincolati «da riferimenti oggettivi», realizzando di conseguenza «operazioni elusive o accordi simulatori» con «finalità anche illecite». In tal senso si è pronunciato il Tribunale di Como, con sentenza del 06/06/2017.
Nella vicenda in esame, due coniugi avevano depositato l’istanza al fine ottenere l’omologa dell’accordo di separazione consensuale, per mezzo della quale richiedevano di essere dichiarati separati in quanto ormai si reputavano non in grado di continuare la loro relazione, non provando «più reciprocamente sentimento né attrazione fisica»; tuttavia, gli stessi avevano previsto nell’accordo l’intenzione di «proseguire una convivenza meramente formale».
I coniugi avevano previsto che questa convivenza sarebbe continuata a tempo indeterminato, «nella prospettiva di preservare le risorse economiche familiari» oltre che «agevolare il percorso di studi del figlio» ormai diciottenne, nonché col fine di assicurare alla moglie l’assistenza personale di cui la stessa aveva bisogno, soffrendo ella di problemi di salute.
A parere del Tribunale, una simile richiesta di separazione, con la previsione del mantenimento dello stato di convivenza, non è meritevole di accoglimento, in quanto il desiderio di marito e moglie di continuare con la loro convivenza, sebbene sia «legittimo sul piano personale ed attuabile nella sfera privata», non risulta riconosciuto da alcun istituto previsto dalla legge.
Infatti, a parere del Tribunale, il provvedimento che omologa l’accordo di separazione «svolge la funzione di controllare la compatibilità della convenzione pattizia rispetto alle norme cogenti ed ai principi di ordine pubblico» e, «in presenza di figli minori, ovvero maggiorenni non autosufficienti economicamente», chiede di svolgere un’indagine in riferimento alla «conformità delle condizioni relative ad affidamento e mantenimento allo interesse degli stessi».
Con la concessione dell’omologa, dunque, viene riconosciuto giudizialmente un accordo privatistico, ma con questo strumento non si può arrivare a convalidare e riconoscere agli ex coniugi lo stato di «separati in casa», ciò in quanto l’intollerabilità della convivenza risulta essere uno dei presupposti essenziali e imprescindibili della separazione.
In altri termini, la legge non può ammettere soluzioni di tipo ibrido, e di conseguenza non può essere confermata la validità dell’accordo «volto a preservare e legittimare la mera coabitazione una volta che sia cessata la comunione materiale e spirituale tra le parti».
Sebbene sul piano personale ai coniugi è data facoltà di compiere ogni scelta e autodeterminarsi come meglio reputano, tale autonomia privata non può considerarsi tale da arrivare a «piegare gli istituti giuridici», ciò sino a riconoscere e tutelare situazioni che, oltre a non essere previste dalla legge, si pongono in totale contrasto con quei principi posti alla base della disciplina normativa dettata in materia familiare.

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