Il diritto del coniuge “economicamente debole” di ricevere dall’altro quanto necessario al proprio mantenimento, è basato sul presupposto della mancanza di adeguati redditi propri, intendendo pertanto non solo l’assenza di alcun tipo di reddito (ad esempio in caso di disoccupazione), ma anche la titolarità di redditi che non consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello di cui lo stesso ha goduto in costanza di matrimonio. In merito, occorre sottolineare che le capacità lavorative del coniuge o le possibilità di percepire un reddito, valutate in astratto, non costituiscono elemento che possa concorrere all’esonero dell’assegno, sicché è stato ribadito dalla Suprema Corte che l’attitudine del coniuge al lavoro assume rilievo “solo se venga riscontrata in termini di effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, e non già di mere valutazioni astratte ed ipotetiche”.
L’assegno, dunque, viene corrisposto al coniuge quando questi non abbia adeguati redditi propri, valutando innanzitutto l’oggettiva capacità economica del coniuge costretto a pagare l’assegno, e poi la capacità di lavorare del coniuge a cui il mantenimento è stato assegnato.
Con sempre maggiore frequenza, la Cassazione ha ribadito che in sede di determinazione dell’assegno da corrispondere va valutato ogni reddito e ogni capacità dei coniugi suscettibile di valutazione economica, inclusa l’attitudine al lavoro proficuo. Ciò in quanto, nel caso in cui il coniuge teoricamente più “debole” disponga di adeguate risorse, l’assegno potrebbe essere considerevolmente ridotto o addirittura negato.
L’intento è verosimilmente quello di distinguere situazioni in cui l’assegno di mantenimento assume una valida giustificazione da altre invece in cui lo stato di bisogno è solo il frutto del capriccio e della pigrizia. Dunque la donna giovane, in grado di lavorare e, quindi, di reperire con la propria attività quel reddito necessario a mantenere lo stesso tenore di vita di cui godeva durante il matrimonio, non ha diritto ad alcun mantenimento. E ciò anche se, durante l’unione, svolgeva mansioni di casalinga.
L’assegno non costituisce più da tempo una misura automatica, da prevedersi necessariamente a seguito della separazione: ciascuno dei due ex coniugi ha il dovere di badare a se stesso e l’uomo non è tenuto a mantenere la donna (o viceversa) se si prova che quest’ultima ha le risorse fisiche e mentali per guadagnare. A tal fine, anche un’attività saltuaria potrebbe rilevare come motivo per chiedere la revisione delle condizioni di mantenimento e ridurre (o addirittura azzerare) l’assegno.
O ancora, il rifiuto di una concreta opportunità lavorativa potrebbe essere interpretato, secondo le circostanze, come rifiuto o non avvertita necessità di un reddito, giustificando, pertanto, l’esclusione per il coniuge inattivo dal diritto al mantenimento.

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