Con la rottura del vincolo matrimoniale, in presenza di figli, ciò che rimane sono una serie di condizioni statuite, a seconda che vi sia stata separazione consensuale o giudiziale, dai coniugi concordemente oppure dal Tribunale. Tra le varie condizioni che i coniugi hanno interesse a definire, vi sono senz’altro l’affidamento dei figli, il loro collocamento ed infine il loro mantenimento.
Proprio in riferimento a quest’ultimo è prevista la corresponsione di un assegno di mantenimento a carico del genitore non collocatario a favore dei figli che possa assolvere, in armonia con il disposto di cui all’art. 147 c.c., alla funzione di garantir loro il soddisfacimento di esigenze di carattere scolastico, sportivo, sanitario, sociale e ciò nel rispetto delle attitudini dei figli minori ed in relazione alla loro età.
Senza entrare nel merito delle ragioni che, in ciascun caso specifico, determinano i coniugi o il giudice a collocare i figli presso l’uno o l’altro genitore, le modalità con cui viene stabilito l’an ed il quantum da corrispondersi a carico dell’altro genitore tengono senza dubbio conto del reddito di quest’ultimo, nonché del tenore di vita mantenuto fino a quel momento. Dunque, nel fissare il contributo che ogni genitore è chiamato a versare per determinare l’importo dell’assegno di mantenimento in favore dei figli, non rilevano soltanto le sostanze a disposizione dei due genitori; il giudice del merito, infatti, deve valorizzare anche le potenzialità reddituali che sono state accertate in capo a ciascuno dei coniugi, tenendo conto delle rispettive capacità di lavoro, professionale o casalingo.
Sul punto si è pronunciata di recente la Suprema Corte che con la sentenza numero 19052 del 31 luglio 2017 ha stabilito che, in tema di mantenimento dei figli da parte del coniuge onerato, “è irrilevante il fatto che essi godano già di un soddisfacente tenore di vita grazie alla madre a cui sono state affidate”.
Nel caso di specie, con la richiamata sentenza, veniva in particolare confermato l’obbligo per il padre di contribuire al mantenimento delle due figlie, studentesse universitarie.
È stato così ribadito e riconfermato il principio secondo cui la determinazione del contributo che per legge grava su ciascun coniuge per il mantenimento, l’educazione e l’istruzione della prole non si fonda su di una rigida comparazione della situazione patrimoniale dell’uno e dell’altro genitore. Pertanto, ne deriva che “le maggiori potenzialità economiche del genitore affidatario o convivente col figlio concorrono a garantirgli un migliore soddisfacimento delle sue esigenze di vita, ma non comportano una proporzionale diminuzione del contributo posto a carico dell’altro genitore” (principio già esposto in Cass. n. 18538 del 2016).

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